1° Convegno Internazionale

Sono adulto!

Disabilità. Diritto alla scelta e progetto di vita

4-5 marzo 2016
Palacongressi di Rimini

L’assistenza sessuale per le persone con disabilità

Tra i bisogni dei disabili, ce n’è uno che viene sistematicamente taciuto: quello di avere una vita sessuale. Ma qualcosa sta cambiando anche nel nostro Paese ... Cerchiamo di capire che cosa dalla voce di Maximiliano Ulivieri, presidente dell’associazione “LoveGiver”, che si occupa della promozione del diritto all’assistenza sessuale per le persone disabili.

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Maximiliano, Lei è uno dei più attivi sostenitori di LoveAbility, il movimento che vuole introdurre in Italia l’assistenza sessuale per persone in situazione di disabilità e di emarginazione affettiva e relazionale. Ci può spiegare quali sono le ragioni di questa battaglia?
«Un paio di anni fa, rileggendo molti commenti arrivati al mio blog, commenti che raccontavano altre storie di persone con disabilità, mi sono detto che era un peccato relegarle in quello spazio.
Volevo mostrare quanto numerose siano queste relazioni e quanta norm«alità ci sia nel viverle. Volevo che il primo messaggio a passare fosse che una persona con disabilità, se ne ha l’occasione, può vivere affettività e sessualità in modo soddisfacente per sé e per la persona amata. Detto questo, però, non mi sono certo dimenticato di quelle persone che purtroppo non riescono a vivere queste dimensioni. Mi colpì molto, ad esempio, la lettera della madre di un ragazzo paraplegico di 35 anni, che mi raccontò che suo figlio non aveva mai avuto una ragazza e non riusciva neanche a masturbarsi da solo. Ecco, quella lettera mi fece cercare un modo di aiutare anche queste persone».

Quali caratteristiche e che tipo di formazione dovrebbe avere, secondo Lei, la figura dell’assistente sessuale?
«Deve trattarsi di una persona che sappia come le diverse patologie possano influire sui corpi dei disabili, quali conseguenze e disfunzioni possano provocare. Anche a livello sessuale, ogni disabilità può avere le sue difficoltà. Se non si conosce quest’aspetto, il rischio è di nuocere, non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Gli incontri non si limitano solo all’esperienza fisica/sessuale ma mirano a far emergere quali blocchi, resistenze, rifiuti possano esserci, anche mentalmente, nella persona con disabilità».

Quale dovrebbe essere dal Suo punto di vista il ruolo della famiglia in questo contesto?
«Molto dipende dalla disabilità del proprio figlio o figlia: se si tratta di una disabilità mentale e non fisica, ad esempio, il potere di scelta dei genitori chiaramente aumenta. Attenzione, però: questo non vuol dire non ascoltare il proprio figlio o la propria figlia. Se invece la disabilità è fisica, la decisione spetta più al disabile. Il genitore, percependo un bisogno, non deve limitarlo ma facilitarlo e assecondarlo. Se poi la gravità della disabilità è tale da rendere tutto questo molto difficile, allora occorre far capire che esiste anche la figura dell’assistente sessuale. Di sicuro, il genitore non deve far sentire in colpa il figlio o la figlia per questi suoi desideri».

Nel Suo impegno per il riconoscimento del diritto all’assistenza sessuale per i disabili, quali resistenze ha incontrato, e da parte di chi?
«Innanzitutto non dimentichiamoci che la sessualità è parte della vita di ogni persona, disabile o non disabile. Che la sessualità non viene sempre vissuta serenamente e in modo naturale dalle persone. Nel nostro Paese il sesso è un tabù a prescindere. Purtroppo di pregiudizi, soprattutto in Paesi fortemente religiosi, ce ne sono, e molti. Non solo per colpa della religione ma anche per via di una dose ancora massiccia di maschilismo. Certamente, se poi si trasferiscono queste riflessioni a contesti come quello della disabilità, allora tutto si amplifica. Le resistenze sono arrivate anche da parte di chi non comprende la differenza tra assistenza sessuale e prostituzione».

Insieme a Fabrizio Quattrini, Lei è promotore dei corsi di formazione per assistente sessuale, che dovrebbero partire anche in Italia nel 2016. Quali ragioni, secondo Lei, inducono a scegliere questo lavoro?
«Le ragioni sono diverse. Certamente chi già lavora con persone con disabilità capisce bene il problema e sa che si deve cominciare a fare qualcosa. Sono arrivate in tal senso richieste da parte di operatori in associazioni, volontari o professionali, assistenti personali, gente che lavora in centri frequentati da disabili. Molte richieste sono giunte anche da persone che comprendono empaticamente il problema, perché magari hanno un parente disabile, amici o ex fidanzati o fidanzate. Altri sono mossi da motivazioni puramente professionali. Tutti, comunque, hanno in comune una spiccata sensibilità e un rapporto sereno con la sessualità».

L’assistenza sessuale per disabili è ormai una realtà in gran parte dell’Europa: Olanda, Germania, Danimarca, Svizzera. A cosa addebita il ritardo del nostro Paese?
«A parte tutte le problematiche citate prima, dai tabù alla religione, credo che poi, in fin dei conti, nessuno ci avesse mai provato veramente. Sembra che se ne sia parlato spesso, sì, ma solo parlato; nessuno ha osato fare un tentativo concreto. Nessuno aveva mai provato a proporre un disegno di Legge e non esisteva nessuna associazione o comitato, come quello formato da me e il mio gruppo, su questo tema. Forse siamo stati gli unici che, oltre a parlarne, abbiamo voluto realmente realizzare questo progetto».

 



Tratto da "LoveAbility" - Erickson

Un evento per confrontarsi, riflettere sulla situazione attuale e proporre soluzioni innovative per il futuro

2 Plenarie

12 Workshop

30 Relatori