1° Convegno Internazionale

Sono adulto!

Disabilità. Diritto alla scelta e progetto di vita

4-5 marzo 2016
Palacongressi di Rimini

Come sviluppare l’autonomia nell’autismo

I bambini con una disabilità non hanno molti vantaggi dall’imparare a eseguire da soli certe attività, a differenza dei bambini tipici senza disabilità, che nella maggior parte dei casi ci guadagnano o si trovano nella condizione di non poter fare altrimenti. Ogni bambino con una disabilità va consapevolmente e specificamente aiutato a diventare più autonomo e a desiderare di esserlo.

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Attraverso la descrizione di  due esempi, cercheremo di illustrare più chiaramente cosa comporta lo sviluppo dell’autonomia personale in un bambino a sviluppo tipico e in un bambino con una disabilità.

Marco è un bambino a sviluppo tipico di circa 18 mesi che sta imparando a servirsi del cucchiaio per mangiare. È seduto sul seggiolone e vicino a lui mangiano i suoi genitori e i fratelli. Impugna il cucchiaio come ha già fatto altre volte e viene incoraggiato a farlo dalla mamma che gli sorride. Marco infila il cucchiaio nella minestra, lo porta alla bocca, si sporca la guancia, cerca di pulirsi. La mamma lo corregge, gli altri sorridono, suo fratello gli dice che sta mangiando come i grandi.

Marco ha dei buoni motivi per imparare: non solo si diverte a giocare con la minestra e gli piace imitare i grandi, ma viene anche lodato da chi lo circonda. Gli altri mangiano con le posate e per lui è importante fare come loro (imitare). Per lui le lodi sono importanti. Fare da solo, per Marco è una conquista. Un bambino con uno sviluppo tipico, come Marco, ha quasi sempre dei vantaggi naturali nel diventare più autonomo.
Si immagini ora un bambino con una disabilità che sta imparando a mangiare con il cucchiaio.

Roberto ha 7 anni, non è in grado mangiare da solo, è stato sempre imboccato, sia a casa, sia a scuola, sia nel Centro di riabilitazione che frequenta. Roberto ha difficoltà nel tenere in mano degli oggetti, comunica con pochi gesti, attira l’attenzione dell’altro lamentandosi, si diverte se gli si canta una canzone tenendogli la mano. I momenti che contano di più nella sua giornata sono quelli in cui riceve un contatto fisico: ad esempio quando fa fisioterapia, quando viene aiutato nel vestirsi e quando viene imboccato durante il pranzo. In questi momenti Roberto ha una persona al suo fianco che si dedica soltanto a lui, guardandolo, parlandogli, toccandolo.

Se Roberto imparasse a mangiare da solo, perderebbe quel contatto umano che tanto lo gratifica e, soprattutto, dovrebbe imparare a fare qualcosa che per lui non è affatto un gioco ma un’impresa difficilissima: per Roberto acquisire autonomia nel mangiare comporterebbe grandi sforzi e una grande perdita.
Se si desidera che un bambino con uno sviluppo diverso dagli altri impari a fare da solo, bisogna considerare i suoi sforzi non come qualcosa «che ci deve», ma come un vero e proprio lavoro. È necessario fare in modo che abbia dei vantaggi nell’apprendere una nuova abilità. Innanzitutto, bisogna assicurargli — non verbalmente, ma nei fatti — che non perderà la nostra attenzione e il nostro contatto, e poi bisogna rendergli questo compito il meno frustrante possibile. Inoltre, è opportuno far sì che per lui «lavorare» significhi ottenere qualcosa e che farcela diventi importante e piacevole.
Il raggiungimento di obiettivi relativi all’autonomia ha degli aspetti positivi che emergono nel tempo, anche dal punto di vista di un bambino con uno sviluppo differente da quello tipico. Conquistare una maggiore indipendenza ha una ricaduta positiva innanzitutto sulla stima che il bambino ha di sé, influendo sulle sue ulteriori possibilità di crescita. L’autostima, concetto complesso nel momento in cui si ragiona sulla consapevolezza che ha di sé ogni essere umano, può essere riassunta in una semplice idea che guida o meno le azioni di qualunque bambino fin dai primi anni: «Lo faccio da solo». In termini più generali, l’essere indipendente in alcune attività aiuta il bambino nel difficile processo di distacco dai suoi familiari e lo sottrae ad alcune complessità nel rapporto di «potere» fra lui e chi si prende cura di lui.
Di tutte le possibili conseguenze positive, il bambino percepisce nel «qui e ora» solo quelle immediate e concrete: massimizzare i vantaggi e «contenere le perdite», ragionando dal punto di vista del bambino, deve essere la prima regola dell’intervento sulle autonomie. La finalità dell’educatore è perciò quella di far desiderare l’autonomia alla persona stessa con cui sta lavorando, offrendole dei buoni mezzi e dei buoni motivi. In pratica, il processo di autonomia non si innescherà senza una spinta: i bambini con uno sviluppo differente vanno consapevolmente e specificamente aiutati a diventare più autonomi.

 


Tratto da “Autismo e autonomie personali” - Erickson

Un evento per confrontarsi, riflettere sulla situazione attuale e proporre soluzioni innovative per il futuro

2 Plenarie

12 Workshop

30 Relatori