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Neo-diciottenni “care leavers”: quale futuro?

Al raggiungimento dei 18 anni, i ragazzi che escono da un percorso di accoglienza si trovano catapultati improvvisamente in una dimensione "adulta" senza gli strumenti necessari per gestire un’autonomia repentina e forzata. Come fare per accompagnarli gradualmente verso una vita autonoma? Ne abbiamo parlato con Federico Zullo, fondatore dell’associazione “Agevolando” e relatore al convegno Erickson “Prendiamoci cura di me” (Rimini, 13-14 maggio 2016) su questo tema.

Lonely man is walking in mysterious fog

Federico Zullo si occupa di interventi di accompagnamento all’autonomia di neo-maggiorenni in uscita da percorsi di accoglienza presso comunità, famiglie affidatarie o case-famiglia. È fondatore di “Agevolando”, la prima associazione in Italia promossa da giovani che, come lui, hanno vissuto parte della loro vita “fuori famiglia”. È relatore al convegno Erickson “Prendiamoci cura di me” in programma a Rimini il 13 e 14 maggio 2016 con un intervento dedicato ai “care leavers” e all’autonomia in prospettiva partecipativa e ne coordina il workshop relativo.

Un giovane “care leaver” che  tipo di passato ha alle spalle, solitamente? 
Il passato di un giovane care leaver normalmente è caratterizzato da vissuti particolarmente faticosi e traumatici. È un giovane che, avendo potuto sperimentare un accoglienza protettiva e riparativa in un contesto alternativo alla famiglia d’origine disfunzionale, può contare ora su un bagaglio di strumenti e relazioni capaci di  ri-orientare in senso costruttivo e risolutivo il proprio percorso biografico. Tanti care leavers escono dopo moltissimi anni trascorsi nell’accoglienza, a volte in famiglie affidatarie, altre in comunità o casa famiglia, altre con numerosi spostamenti da una situazione ad un’altra. Molti di loro ce la fanno. Altri arrancano e faticano a trovare serenità e benessere. Altri ancora sono troppo fragili e stanno ancora lottando per trovare un equilibrio e un senso alla propria storia, al proprio presente e soprattutto al proprio futuro.
Ci sono ragazzi più vulnerabili, altri più resilienti. Sta a noi comprendere quali possono essere le strade per porci come tutori di resilienza ovvero come persone capaci di dotare questi ragazzi di una cassetta di attrezzi ricca, solida e che dura nel tempo.


Cosa accade nel nostro Paese quando questi ragazzi che provengono da esperienze “fuori famiglia” raggiungono la maggiore età?
Questo è il problema più grande quando finiscono i percorsi di accoglienza: l’improvvisa conclusione senza aver offerto ai ragazzi ciò di cui hanno bisogno per potercela fare da soli. Sono troppo giovani, ancora troppo vulnerabili. Non possiamo pensare che il rientro in famiglia sia un esito desiderato ma allo stesso tempo adeguato alla loro situazione. Spesso in famiglia le cose non sono migliorate, anzi frequentemente sono addirittura peggiorate, con una cronicizzazione delle problematicità. Allo stesso modo non possiamo pensare che l’alternativa sia un’autonomia repentina e forzata. Occorre del tempo. Occorrono passaggi graduali. Nemmeno la continuità del percorso in comunità o casa famiglia, a volte, va bene. Perché serve qualcosa che gradualmente offra piccoli spazi di sperimentazione di autonomia, con a fianco qualcuno che ti osserva e ti sostiene, ti incoraggia e ti ascolta.


Che tipo di attività svolge “Agevolando”, l’associazione da lei fondata, e che tipo di aiuto offre a questi giovani?
"Agevolando" è nata con l’idea di fare cultura e realizzare progetti affinché il problema di cui sopra possa essere non solo messo in evidenza ma soprattutto superato. Siamo partiti con poco. Poi, un po’ alla volta, abbiamo iniziato a fare progetti, non solo sensibilizzazione come all’inizio. Dal primo appartamento gestito a Ferrara ora, in pochi anni, siamo presenti in 6 regioni, abbiamo coinvolto centinaia di ragazzi, centinaia di operatori e volontari col supporto di tantissime organizzazioni e il contributo dei privati (non lavoriamo con sovvenzioni pubbliche). Con i ragazzi lavoriamo su quattro livelli: il lavoro, attraverso progetti di formazione e inserimento lavorativo; la casa, con progetti di co-housing di vario genere; le relazioni, attraverso progetti partecipativi e di affiancamento. Infine, in particolare da quest’anno, abbiamo iniziato ad occuparci della salute, in particolare quella psicologica, ed è recentissima la sottoscrizione di una convenzione con l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna per favorire percorsi psicoterapeutici a tariffe agevolate per i ragazzi fuori famiglia dai 16 anni in su.


Quali sono, a suo avviso, le politiche più urgenti che dovrebbero essere adottate nel nostro Paese a favore di questi ragazzi provenienti da situazioni familiari di grave disagio per garantire loro un futuro migliore?
E’ dal 2011 che ci stiamo provando. Continuamente. Serve una legge che renda un diritto il bisogno di accompagnamento di un giovane che esce da un percorso di tutela. Non può essere lasciato alla mercé di un tribunale che decide per un prosieguo amministrativo fino ai 21 anni (cosa ormai rarissima), di qualche raro benevolo ente locale che investe qualcosa e di quelle moltissime organizzazioni e famiglie accoglienti che fanno quotidianamente i salti mortali per dare qualche speranza e qualche spiraglio di futuro ai ragazzi. L’unica regione d’Italia che ha fatto una legge seria è la Sardegna (ne parleremo durante il workshop). Ma i ragazzi che hanno bisogno d’aiuto per vedere di fronte a sé un futuro positivo sono migliaia in tutto il Paese. E nessuno li vede.

Un evento per assistenti sociali, educatori, psicologi, insegnanti, animatori, avvocati, operatori sanitari...

2 Plenarie

19 Workshop

60 Relatori